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La donna che non doveva chiedere mai chieda scusa.

La donna che non doveva chiedere mai chieda scusa.

di Tomaso Montanari - ilfattoquotidiano.it - 20/06/2026

L’Italia è stata trascinata in direzione opposta a quella indicata dalla sua Costituzione, perché la sua presidente del Consiglio potesse accreditarsi personalmente alla corte di Trump: l’umiliazione del Paese non sta nel misero e ridicolo fallimento di questa strategia personale

“La difesa della patria è sacro dovere del cittadino”. Di fronte alla plateale umiliazione inferta da Donald Trump alla loro Giorgia Meloni, i patrioti che governano il Paese hanno calpestato anche l’unico articolo della Costituzione in cui forse si riconoscono (ovviamente fraintendendolo). Perché hanno fatto l’esatto contrario, usando prontamente la patria come scudo per proteggere Meloni: e proprio nel momento in cui è stato clamorosamente evidente che, lungi dal fare l’Italia grande di nuovo, Meloni ci ha trascinati in una condizione che oscilla tra l’irrilevante e il ridicolo.

È stata la stessa presidente del Consiglio a dare il la, concludendo il suo patetico videomessaggio con maschie parole che ricalcano lo slogan ultrasessista di un noto dopobarba: “Io e l’Italia non imploriamo mai!”. “Io e l’Italia”: sullo stesso piano, da potenza a potenza, in un debordamento dell’ego che farebbe preoccupare se oggi non facesse soprattutto ridere. La cultura del capo, quel presidenzialismo cui Meloni aspirava attraverso il premierato e che ora spera di attuare facendosi eleggere al Quirinale nella prossima legislatura, prevede esattamente la torsione personalistica che abbiamo visto. Ma c’è presidente e presidente: e la differenza si vede in occasione delle sconfitte e delle crisi. La differenza tra chi si assume le proprie responsabilità, e chi si nasconde dietro i valori e gli interessi che avrebbe invece dovuto difendere.

Fino a qualche ora prima della grottesca telefonata di Trump all’Aria che tira (o tempora, o mores…), Meloni si è dichiarata amica del presidente americano, mettendola tutta sul personale: letteralmente sul carattere forte suo e dell’amico. Giorgia ha voluto ancora una volta volare vicinissima al sole tossico di Donald: ma quando si è bruciata le ali ed è precipitata, non ha avuto il coraggio di sfracellarsi da sola, ma con un accesso di vigliaccheria tipico della tradizione politica da cui proviene, ha voluto trascinare con sé anche l’Italia. Lo schema di Meloni è sempre questo: il successo è merito suo personale, del suo carattere; l’insuccesso riguarda tutto il Paese, anzi la Nazione: “Io e l’Italia non imploriamo mai!”. Si chiama privatizzazione degli utili e socializzazione delle perdite: e il copione stavolta prevede la patria come pungiball da offrire ai pugni del bullo che fino a ieri Meloni corteggiava, nella speranza di suscitare solidarietà nascondendosi dietro al tricolore violato.

Le istituzioni e l’opposizione non dovrebbero solidarizzare con Meloni in nome della dignità nazionale: dovrebbero, al contrario, chiederle conto della clamorosa umiliazione della dignità nazionale. E il conto è lungo, e doloroso: non è stata l’Italia ad essere andata a Mar a Lago a reggere lo strascico a Trump volendo accreditarsi come la più fedele suddita europea, non è stata l’Italia a proporlo per il Nobel per la Pace, non è stata l’Italia a sposarne in toto l’ideologia razzista: è stata Giorgia Meloni, e per ragioni che non hanno a che fare con l’interesse nazionale, ma con l’interesse della sua fazione politica, e dell’internazionale nera della quale lei e Trump fanno parte.

Non è stata l’Italia, ma la sua presidente del Consiglio ad aver detto (nel febbraio dell’anno scorso, alla convention della destra americana): “E so che con Donald Trump alla guida degli Stati Uniti, non vedremo mai più il disastro che abbiamo seminato in Afghanistan quattro anni fa. Quindi sicurezza dei confini, sicurezza energetica, sicurezza economica, sicurezza alimentare, difesa e sicurezza nazionale, per un semplice motivo. Se non sei sicuro non sei libero. E quando la libertà è a rischio, l’unica cosa che puoi fare è metterla nelle mani più sagge”. L’interesse dell’Italia non era lì: sarebbe stato investire sull’Europa e sul multilateralismo mediterraneo; resistere, come ha fatto la Spagna, ai diktat americani sul riarmo che minano quel che resta dello Stato e della pace sociali; non farsi complice del genocidio di Gaza; non permettere al ricercato Netanyahu di sorvolare impunemente il nostro Paese; non ringraziare servilmente Israele che torturava i manifestanti della prima Flotilla; non sbavare sulla soglia del mostruoso e fallimentare Board of Peace…

L’Italia è stata trascinata in direzione opposta a quella indicata dalla sua Costituzione, perché la sua presidente del Consiglio potesse accreditarsi personalmente alla corte di Trump: l’umiliazione del Paese non sta nel misero e ridicolo fallimento di questa strategia personale, ma nella deriva politica e morale che essa ha comportato. Uno slogan di Fratelli d’Italia chiede il voto con queste parole: “Forte, autorevole, rispettata: è l’Italia. Per chi vuole che resti così”. Se avesse un po’ di decenza, oggi Meloni dovrebbe fare solo una cosa: chiedere scusa all’Italia. Anzi, implorarla.

#tomasomontanari #giorgiameloni #donaldtrump

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Cecilia Strada

Cecilia Strada
Oh-oh, la destra italiana si è presa la briga di scatenare i troll e i profili finti a loro disposizione per darmi della bugiarda e dire che "non è vero, non si deporteranno i bambini, solo i delinquenti!".

Se hanno bisogno di investire tutte queste energie per negare la realtà significa, forse, che è un punto debole anche per i loro elettori: eh, già, deportare i bambini non è per niente da "madri cristiane"!

Allora, visto che mi si chiede di "stare zitta", lo ripeto.

Vogliono far credere che il regolamento rimpatri riguarderà "i delinquenti", ma non è vero: riguarderà potenzialmente CHIUNQUE.

Persone incensurate, che non hanno mai commesso crimini, che magari erano anche arrivate qui in modo regolare, e che poi hanno perso il permesso di soggiorno (per esempio, perché hanno perso il lavoro).

Riguarderà anche le loro famiglie, le donne e i bambini. Donne e BAMBINI.

Potranno essere DETENUTI fino a due anni e mezzo prima di essere espulsi. È brutto sentirsi dire che volete detenere per anni incensurati e famiglie con bambini? Eh lo so, è molto poco cristiano, ma è esattamente quello che avete voluto e votato!

E non sono neanche "rimpatri": rimpatrio e quando rimandi qualcuno nel suo Paese d'origine, ma con le nuove leggi potranno essere mandati contro la loro volontà in qualunque Paese. Non rimpatri, quindi, ma deportazioni.

Anche il relatore (del gruppo politico di Meloni) ha lavorato sul testo le ha chiamate deportazioni; poteva dire "returns", ha scelto "deportations".

La storia va raccontata tutta. Ditelo, ai vostri elettori, che non riguarda solo i criminali ma anche gli innocenti, le famiglie e i bambini. Di che cosa avete paura?

E buona Giornata dei Rifugiati.

#worldrefugeeday
#ceciliastrada

@news

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L'Ue "riscopre" ed attualizza il modello dei famigerati centri di detenzione nelle colonie di ottocentesca memoria, ora con impassabile British humor detti "off-shore"

L'Ue "riscopre" ed attualizza il modello dei famigerati centri di detenzione nelle colonie di ottocentesca memoria, ora con impassabile British humor detti "off-shore"
I più tragicamente ancora noti, nonché i primi ad essere stati creati, sono quelli francesi

La contiguità tra i centri storici di deportazione coloniale e il moderno "modello albanese" (o i return hubs europei appena approvati dall'Unione Europea) risiede in una precisa logica giuridica e politica: l'esternalizzazione del confinamento e la creazione di zone grigie del diritto.
Sebbene i contesti storici siano profondamente diversi, i giuristi e i sociologi della migrazione individuano tre principali punti di contatto ideologici e operativi.

## 1. La "finzione giuridica" della territorialità

* Nel modello coloniale: Le colonie penali (bagnes) in Guyana Francese o Nuova Caledonia erano territori formalmente francesi, ma in cui il diritto comune veniva sospeso o alterato. I deportati si trovavano in un limbo in cui le tutele della madrepatria non si applicavano interamente.
* Nel modello albanese: I centri di Shëngjin e Gjadër operano sotto una finzione giuridica speculare. Pur trovandosi fisicamente in Albania, le strutture sono soggette alla giurisdizione italiana ed europea. Questo sdoppiamento crea enormi ostacoli all'esercizio di diritti fondamentali, come il monitoraggio indipendente, l'accesso immediato alla difesa e la trasparenza delle procedure di asilo e di rimpatrio.

## 2. Il confinamento geografico come deterrente e isolamento

* L'isolamento oltremare: Spostare i dissidenti politici della Comune di Parigi a migliaia di chilometri di distanza serviva a "bonificare" la società metropolitana, privando i prigionieri della propria rete sociale e togliendoli letteralmente dalla vista dei cittadini.
* La delocalizzazione dei migranti: Il modello albanese e i futuri centri di rimpatrio extra-UE (return hubs) mirano ad allontanare fisicamente i richiedenti asilo e i migranti irregolari dai confini dell'Unione. La finalità è sia logistica (facilitare le espulsioni) sia deterrente, sfruttando la marginalizzazione geografica per rendere invisibile il processo di detenzione.

## 3. La gestione dei corpi "indesiderati" tramite l'amministrazione

* La governamentalità coloniale: Lo Stato ottocentesco gestiva i deportati non solo come criminali, ma come flussi di popolazione da amministrare per ragioni securitarie, demografiche o di sfruttamento economico.
* La tecnocrazia della migrazione: Nel moderno sistema dei CPR esternalizzati, il migrante viene spogliato della sua individualità e ridotto a una pratica burocratica da evadere in tempi record attraverso "procedure accelerate". La contiguità sta nel considerare determinati gruppi di persone come "eccedenze" sociali da gestire e contenere al di fuori dello spazio civile ordinario.

## Il legame con la Francia di oggi
Questo filo conduttore è riemerso nel dibattito politico francese. La stessa Francia, che storicamente ha inventato la deportazione nelle colonie, ha sostenuto ufficialmente il modello di esternalizzazione italiano in sede europea. Al contempo, le recenti riforme elettorali e le rivolte in Nuova Caledonia hanno spinto le autorità di Parigi a riutilizzare la strategia del trasferimento forzato dei leader separatisti Kanak nelle prigioni della Francia metropolitana, sollevando polemiche e riaccendendo la memoria storica della deportazione coloniale in quegli stessi territori.

#Ue #remigrazione #deportazioni #colonieperdeportati
#UEdeportazioni

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"Generale Vannacci, le confesso che da uomo, prima che mia sorella fosse uccisa da suo marito, non sapevo bene cosa fosse un femminicidio. Nemmeno della violenza di genere e dei diritti delle donne ci

"Generale Vannacci, le confesso che da uomo, prima che mia sorella fosse uccisa da suo marito, non sapevo bene cosa fosse un femminicidio. Nemmeno della violenza di genere e dei diritti delle donne ci capivo granché. Glielo dico in tutta sincerità e senza alcuna vergogna, perché credo sia il punto di partenza, inconsapevole eppure reale, di moltissimi uomini.

La morte inaspettata e brutale di mia sorella mi ha costretto a fermarmi e a interrogarmi, non solo su cosa sia un femminicidio, ma su quali radici profonde lo facciano emergere insieme a tutta la violenza sulle donne.

Mia sorella stava con l'uomo che l'ha uccisa da quando aveva 14 anni; morta per femminicidio a 36. Lui italiano. Lei, italiana. Una vita intera trascorsa accanto a chi, alla fine, ha deciso di toglierle il respiro. In casa, quel giorno, c'era mio nipote, un bambino di due anni e mezzo che ho adottato. Adesso è mio figlio.

Potrà ben immaginare che, all'inizio, schiacciato da un dolore innaturale, ho dovuto scegliere se coltivare la vendetta o provare a capire. Ho scelto la seconda strada, iniziando a leggere, a incontrare, a informarmi.

Il femminicidio, Generale, è uccidere una donna proprio perché è donna. Qui sta la differenza fondamentale con l'omicidio, è una differenza che vorrei provare a spiegarle con calma, perché è il cuore di tutto. L'omicidio è un atto criminale che può colpire chiunque, per i moventi più vari: una rapina che finisce male, una rissa, un conto in sospeso, il denaro. È un evento, per quanto orribile, sostanzialmente individuale: c'è un colpevole, c'è una vittima, c'è una storia singola."

Questa è solo una parte delle parole di Damiano Rizzi, psicoterapeuta, la cui sorella Tiziana Rizzi è stata vittima di femminicidio il 9 luglio 2013. Così risponde con una lettera al generale Vannacci, che ieri ha negato l’esistenza del reato di femminicidio: “Non esiste”.
Su fanpage
https://www.fanpage.it/politica/mia-sorella-e-stata-uccisa-per-femminicidio-e-lei-generale-vannacci-lo-nega-ignorare-e-violenza/

Dai un'occhiata a questo video: "damiano rizzi femminicidio" https://share.google/j4NPAu5NGWwQouhBY

#DamianoRizzi #TizianaRizzi #femminicidio

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Giorgio Lera

Giorgio Lera

Ascesa e caduta dello “sbaraccador5”: la banalità del male di Ascanio Boni
Ci sono uomini nati piccoli che la storia, per una stagione breve e feroce, veste da giganti. Figure minime, palloni gonfiati che galleggiano nella boria della provincia fino a quando una divisa o una nomina d'autorità non dà loro in mano il diritto di decidere della vita e della morte altrui. In quel momento, la mediocrità si fa carnefice.

Ascanio Boni era stato questo. Negli anni Trenta, a Nonantola, era solo lo «sbaraccador»: l'uomo da bar, l'accanito giocatore di biliardo che consumava i pomeriggi nei locali di Via Roma, guardando i braccianti dall'alto in basso con un'eleganza ostentata e un profondo disprezzo per la fatica. Donnaiolo, non aveva nessuna voglia di lavorare, e persino i gerarchi modenesi lo consideravano così rozzo e indisciplinato da aver assecondato, anni prima, il suo temporaneo allontanamento in Brasile, pur di togliersi l'imbarazzo di averlo intorno.

Ma quando il mondo crolla e arrivano i tedeschi, quell'uomo qualunque trova la sua grande occasione. Riceve la nomina a Commissario Prefettizio. Ha finalmente un intero paese da governare e dei padroni a cui obbedire.

Nell'estate del 1944, nel pieno della "battaglia del grano", entrarono in azione i partigiani della Terza zona , che molti di noi ricordano come i ragazzi della Brigata "Walter Tabacchi", giovani nati e cresciuti in queste stesse campagne.
Furono loro ad avviare una serie di sabotaggi mirati alle macchine trebbiatrici per bloccare la raccolta e impedire l'ammasso del grano da parte dei nazifascisti. Nel panico, per garantire il proseguimento dei lavori e reprimere i sabotaggi con il pugno duro, Boni fece intervenire un reparto speciale di Polizia comandato dal famigerato tenente Totonelli. La tensione divenne insostenibile fino all'11 luglio 1944, quando un gruppo di partigiani tese un agguato mortale all'ufficiale, uccidendolo nelle campagne tra Nonantola e Ravarino.

La reazione fascista fu immediata, cieca e spietata: la ritorsione colpì nel mucchio e si abbatté sulla famiglia Piccinini a Campazzo. Vennero strappati alla vita tre innocenti con la brutale accusa di aver favorito i ribelli: il padre Ernesto Piccinini di 62 anni, e i suoi ragazzi, Ettore e Bruno, rispettivamente di 30 e 24 anni.

Ma il vero baratro nella storia di Ascanio Boni si spalanca dove l'acqua del Panaro scorre più lenta: al Navicello.
Su quell'argine c'è un cippo che tutti conosciamo, una pietra che fa parte del nostro paesaggio e che pure, ogni volta, grida nel silenzio. Grida per gli undici del Navicello.
Dieci uomini prelevati dalle carceri e usati come carne da macello, fucilati lungo l'argine per dare un segnale di terrore alla pianura. A loro, la memoria del paese unisce idealmente un undicesimo ragazzo, Ivaldo Vaccari, strappato alla vita pochi giorni dopo, tra le torture e il buio delle celle modenesi.
Undici vite spezzate che pesano come macigni.

E in mezzo a quel sangue, qual era il ruolo di Boni? Eccolo, il Commissario, che sale su un palco improvvisato proprio al Navicello per recitare la sua commedia di cartapesta davanti a una folla radunata con la forza. Parla di ordine, di pacificazione e di fedeltà ai tedeschi, mentre l'odore della polvere da sparo è ancora nell'aria. Crede di essere un leader che traccia la storia, ma è solo il macabro presentatore di un massacro, un complice che mette la firma sul terrore per tenersi stretta la poltrona. Negli archivi rimarrà persino la brutta copia di quel discorso, con gli elogi ai carnefici suggeriti a matita da qualche camerata: l'ultima messinscena sopra il sangue fresco della sua gente.

La caduta fu speculare all'ascesa, ma priva di ogni dignità. Condannato a morte alla schiena nel 1945 dalla Corte d'Assise speciale di Modena, vide la sua pena sciogliersi colpo dopo colpo nella nebbia delle amnistie e dei condoni del dopoguerra. Una transizione ambigua, che trova la sua spiegazione più amara nel pensiero del mio amico nonché custode dell'archivio della partecipanza Ivan Melotti: “quei colpi di spugna istituzionali, per quanto dolorosi e ingiusti agli sguardi delle vittime, erano drammaticamente necessari. Il fascismo si era così capillarmente radicato negli apparati statali , nella magistratura, nelle prefetture, nelle forze dell'ordine , che processarli ed epurarli tutti fino in fondo avrebbe fatto saltare l'intero sistema e paralizzato l'ossatura stessa del nuovo Stato neonato”.

Così, per salvare l'istituzione, si scelse l'oblio amministrativo. Uscito definitivamente dal carcere nel 1950, Boni trovò davanti a sé il muro invalicabile del rifiuto: lo sdegno e il risentimento della comunità gli resero impossibile tornare a Nonantola. Fu costretto a stabilirsi nella vicina Bomporto, solo e privato di quel potere effimero che lo aveva fatto sentire grande.
Chi lo incrociò negli anni Sessanta lungo le strade della bassa non vide più il gerarca. Vide solo un uomo curvo, distrutto dall'alcol, evitato da tutti e condannato al silenzio dei suoi stessi crimini.
Si spense a Bomporto il 18 giugno 1968, lasciando dietro di sé solo il mistero di come un uomo da bar avesse potuto trasformarsi nel carnefice della sua stessa gente, legando per sempre il proprio nome a un cippo di sangue.

Ma a noi piace ricordare che la storia, alla fine, fa sempre i conti a modo suo. Perché mentre di quell’uomo oggi resta solo la polvere del tempo e la vergogna del suo nome, su quell'argine del Panaro, dove lui voleva portare il buio, ogni primavera torna a crescere l'erba.

Proprio così, cari lettori, i nomi di quei ragazzi, impressi nel marmo del Navicello, continuano a splendere al sole come fari di una Nonantola che non si è mai piegata.

Piccolo glossario per i non modenesi:
Sbaraccador: Come emerge dalle testimonianze storiche dell'epoca, descrive la figura dello spaccone da bar a cui piaceva fare la bella vita, tra donne, gioco e l'illusione del potere. Un fanfarone incline alla sregolatezza che compensava la propria mediocrità con una boria e un'arroganza pronte a farsi brutali. .

Nota dell'autore: Questa storia riemerge dalla nebbia del tempo grazie alle preziose ricerche storiche contenute nel volume Un Comune in guerra. Nonantola 1940-1945 di Federica Nannetti ed è stata da me liberamente romanzata nella forma per il puro piacere della lettura per preservare la forza del ricordo.

Nota all'immagine: La fotografia del cippo di Navicello è un mio scatto, un momento in cui l'amore prevale sull'odio.

#cippodelNavicello #sbaraccador #AscanioBoni #Nonantola #tenenteTotonelli #undicidelNavicello #FedericaNannetti

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Da Andrea La Rovere

Da Andrea La Rovere

Ma voi l’avete visto lo spot con la donna del ’46 che sogna Meloni e – invece di chiamare subito un bravo medico della mente – trova in sé una consapevolezza nuova e il giorno dopo si reca alle urne come in una versione pezzotta di “C’è ancora domani” di Paola Cortellesi?
No, perché ho dovuto pizzicarmi perché temevo di essere io quello che stava facendo un – brutto – sogno.
Forse siamo di fronte alla roba più imbarazzante, genuinamente cringe che si sia mai vista, un cortometraggio troppo brutto per essere vero, un’esperienza che toglie lavoro ai comici, che nemmeno Crozza sotto LSD avrebbe potuto concepire.

La trama, già di per sé, sembra scritta da uno sceneggiatore di Boris dopo aver battuto forte la zucca contro un lampione.
Siamo nel 1946. Una donna italiana, che viene definita “sposa e madre”, tanto per chiarire subito qual è il posto delle donne, finalmente chiamata a votare dopo secoli di esclusione dalla vita politica, invece di sentire il peso storico del momento, fa la svogliata.
Ma sì, non è convinta, meglio se ne sta a rammendare i calzini del capofamiglia, che ci vado a fare a votare? Deve pensarci.
Il primo capolavoro è il marito. Nello spot è lui che incoraggia con insopportabile paternalismo la moglie a recarsi al seggio. Lui, l’uomo, il maschio ragionevole, quello che capisce prima di lei l’importanza del momento. E glielo spiega, perché un po’ di “sano” mansplaining non ce lo vuoi mettere?
Ci vuole il maschio pedagogico che accompagna la donna verso la democrazia, come se fosse una bambina un po’ tonta da convincere ad andare all’asilo. Meraviglioso. Poco conta che, storicamente, un numero impressionante di uomini fece di tutto per rimandare, limitare, addomesticare o boicottare il voto alle donne. Paura che votassero “male”, paura che fossero influenzate dai preti, paura che non capissero, o – soprattutto - che capissero benissimo. E invece nello spot arriva il marito illuminato: “Cara, pensaci”, al posto della sbuffata che – nel migliore dei casi – avrebbe opposto ai suoi dubbi.

Poteva finire qua? Ah, per me non doveva proprio iniziare, e invece sentite qua.
Quella si addormenta, sogna il futuro della Repubblica e, colpo di genio che nemmeno in una fiction Rai co-prodotta con la Turchia, vede Giorgia Meloni che giura da presidente del Consiglio.
“IL” presidente, per dirla con Giorgia, donna, madre e cristiana che sfoggia il potere al maschile perché sennò vale meno.
A quel punto, anziché tirarsi su e urlare con la frangetta madida di sudore appiccicata alla fronte, si sveglia illuminata e corre al seggio, seguita da una serie di donne stereotipate peggio di lei.
Pare evidente, a questo punto, che il suffragio femminile non sia il risultato di lotte, rivendicazioni, Resistenza, trasformazioni sociali, battaglie civili e politiche. No, era solo il trailer lungo settantasei anni che serviva a tirare la volata all’arrivo di Giorgia Meloni a Palazzo Chigi.
Ora, uno può anche avere una certa disinvoltura propagandistica, per carità, questi ci vincono le elezioni raccontando balle da decenni. Però qui siamo oltre, qui si prende un evento gigantesco, il primo voto nazionale delle donne italiane – dopo la prova generale delle amministrative qualche mese prima - e lo si riduce a spot celebrativo di una leader contemporanea. Una sorta di televendita coi vestiti di nonna.
La cosa più spettacolare è chi firma l’operazione, Fratelli d’Italia, cioè il partito che discende dalla tradizione postfascista che adesso decide di intestarsi il voto alle donne come se fosse una naturale tappa del proprio album di famiglia.
Una roba da mettersi seduti e respirare piano dentro un sacchetto di carta.
No, perché il fascismo io me lo ricordavo un po’ diverso con le donne. Le voleva madri, mogli, fattrici patriottiche, angeli del focolare con grembiule, in religioso silenzio davanti al marito, signore e padrone per legge. Le voleva utili alla nazione, ma non libere nella nazione. Le voleva prolifiche, obbedienti, decorative quando serviva, invisibili quando contava. Altro che emancipazione.
E l’idea che quella destra, in quel contesto culturale, sarebbe stata lì a sventolare il suffragio universale come una conquista fa venire i nervi, al di là della comicità involontaria. La destra dell’ordine, della famiglia gerarchica, della donna al suo posto, del maschio capofamiglia, guardava il voto femminile con terrore.
In questa squallida operazione, le donne del 1946 non sono più soggetti politici e la Repubblica non nasce più dalla fine della dittatura, dalla Resistenza, dal ritorno alla sovranità popolare, diventa solo un lungo corridoio narrativo che conduce alla scena madre, quella di Meloni che giura.
Davanti a una cosa del genere, pure il René Ferretti di “La qualità c’ha rotto il ca**o” avrebbe aggiunto “Diamoci una calmata!”.
Insomma, se volete emozionarvi davanti allo schermo e capire cosa voleva dire votare per le donne del ’46, guardatevi il bianco e nero del film di Cortellesi, o magari cercatevi la bella puntata di “Passato e Presente” sul tema su Raiplay. I colori smarmellati lasciamoli sui poster elettorali attaccati a qualche muro scrostato.

#melonispot #votoalledonne
#1946 #Meloni #paolacortellesi #ilpresidentemeloni

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Da Alfredo Facchini

Da Alfredo Facchini

Scrollando Facebook stamattina mi sono imbattuto in questa locandina. “Ebraica”. Erro De Luca e Sambuca Molinari insieme appassionatamente. Quelli del «il sionismo ha fatto anche cose buone».

Allora, senza sprecare una riga di più, ho tirato fuori dal cassetto questo articolo di un anno fa. Tanto non è cambiato niente …

TUTTI COLPEVOLI

C’è un vizio comodo, tutto occidentale, soprattutto di un certo progressismo sionista, nel dipingere Benjamin Netanyahu come l’eccezione. L’estremista. Il falco. Il mostro che ha infangato l’onore di Israele.

Ma questa è una menzogna storica. Netanyahu è solo l’ultimo anello di una catena. Una comoda autoassoluzione per chi vuole difendere l’indifendibile, salvare l’immagine “progressista” di uno Stato nato - e cresciuto - sul disastro altrui.

La verità è che la Nakba del 1948 l’ha orchestrata David Ben Gurion, il padre fondatore dello Stato di Israele.
David Ben Gurion leader del sionismo socialista, fondatore del partito Mapai.

Fu lui a dirigere l’espulsione sistematica di 750.000 palestinesi. Fu il suo governo provvisorio a distruggere oltre 400 villaggi, a varare le leggi che vietavano il ritorno dei rifugiati, a confiscare ogni bene lasciato indietro da chi scappava dalle bombe, dalle milizie, dai massacri.
La Haganah, l’Irgun, il Lehi - i semi dello Stato ebraico - agivano sotto il suo sguardo vigile. E le fosse comuni di Deir Yassin, Lydda, Tantura sono macchie indelebili.

Memorizziamo. La Nakba non fu un incidente: fu un progetto. Tra il 1947 e il 1949, sotto le bombe e i bulldozer del nascente Stato di Israele, 750.000 palestinesi vennero cacciati o costretti a fuggire. 15.000 palestinesi furono uccisi, spesso a freddo, nei villaggi massacrati e poi cancellati dalle mappe.

Quindicimila morti. L’equivalente di quindici 7 ottobre.

Non è stato Netanyahu a scrivere la frase “i vecchi moriranno e i giovani dimenticheranno”. L’ha detta Ben Gurion.

La colonizzazione della Palestina è il DNA costitutivo di Israele. Non è la deriva “illiberale” degli ultimi governi. È l’architettura originaria, disegnata da una sinistra sionista che, tra un proclama umanitario e l’altro, inghiottiva la terra degli altri un villaggio alla volta.

Netanyahu è un criminale sociopatico, sì. Ma non è un’anomalia. È continuità. È coerenza. È l’effetto prevedibile di un progetto politico fondato sull’espulsione, sulla cancellazione dell’altro, sull’apartheid.

Il vero mito da distruggere è quello dell’Israele buono che c’era “prima”. Quello che si difendeva, che cercava la pace, che solo oggi si sarebbe perso.

Quel mito è una coperta corta. E sporca.

Non c’è pace possibile senza verità. E la verità è che la violenza coloniale non inizia con Netanyahu. Inizia con la fondazione dello Stato stesso. Netanyahu non è la malattia: è il sintomo. Il corpo è malato da molto prima. Da sempre.

#AlfredoFacchini
#nakba #bengurion #sionismo #israelegenocidio #netanyahu

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SISIFO E IL BAMBINO DI GAZA

SISIFO E IL BAMBINO DI GAZA
Lavinia Marchetti

«E non parliamo nemmeno del pianto degli orfani
che si leva fino al trono di Dio
e ben oltre,
creando un cerchio senza fine e senza Dio»

[Yehuda Amichai, Il diametro della bomba]

Un bambino di Gaza sale una montagna di rifiuti. La scala come si scala una vetta, con le mani e con i piedi, mentre la cima fuma e cede sotto il suo passo. Il video dura quattordici secondi. In quei secondi ritorna un mito antico. Sisifo spingeva il suo masso verso l’alto e lo vedeva ricadere, condannato dagli dèi a una fatica senza termine. Camus ci chiese di immaginarlo felice, perché nella lucidità della pena trovava una libertà, in fondo Sisifo aveva incatenato Thanatos, la morte. Davanti a questo bambino la formula si spezza. La sua montagna ha un’origine umana, è fatta con le macerie di una città distrutta dagli uomini, e lui la scala per fame, cercando tra i rifiuti quello che resta del giorno, lui non incatena la morte, è costretto ad andargli incontro. L’insensatezza che gli adulti chiamano guerra ha costruito quel pendio, e a portarne la fatica resta un bambino che non ha scelto il masso. Sisifo almeno era stato giudicato dagli dei. Lui no, è solo nato nel luogo sbagliato.
#gazagenocide #israeleStatoTerrorista
#laviniaMarchetti

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ANNIENTATO

ANNIENTATO

Nella sua prima apparizione pubblica dopo mesi di detenzione, una fotografia trapelata dal palazzo dell’Alta Corte israeliana di Gerusalemme mostra il dottor Hussam Abu Safiya profondamente segnato dalla prigionia.

Sul medico palestinese sono evidenti i segni di un grave deterioramento fisico. Il volto scavato, lo sguardo affaticato, che racconta notti senza riposo, isolamento, privazioni.

Secondo i suoi difensori e le organizzazioni per i diritti umani che seguono il caso, Abu Safiya sarebbe stato sottoposto a ripetuti maltrattamenti e a condizioni detentive feroci. In queste settimane è stato posto in isolamento in una cella 1×1 metro.

Hussam Abu Safiya - pediatra e direttore dell’ospedale Kamal Adwan nel nord di Gaza/ è stato arrestato il 27 dicembre 2024. Finora nessuna accusa circostanziata è stata mai presentata contro di lui. È detenuto come “combattente illegale”, una categoria giuridica generica utilizzata da Israele per detenere palestinesi senza riconoscere loro lo status di prigioniero di guerra previsto dalla Terza Convenzione di Ginevra.

In via teorica potrà essere liberato solo al termine del “conflitto”. Israele usa questa categoria per negare protezioni internazionali e detenere indefinitamente senza processo persone che non sono membri della Resistenza, come nel caso di un medico civile.

Un medico civile arrestato senza accuse pubbliche, rinchiuso in isolamento, privato delle garanzie minime del diritto internazionale e sospeso in un limbo senza scadenza. Non condannato. Non processato. Semplicemente annientato.

La fotografia uscita dall’Alta Corte di Gerusalemme mostra non solo un uomo devastato, ma un sistema in cui la detenzione senza processo non è l’eccezione, ma il metodo.

Tutti zitti.

Alfredo Facchini
#AlfredoFacchini

#Hussamabusafiya #israeleterrorista

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È sicuro che noi italiani non vediamo l'ora di andare in Cirenaica, però mica da turisti. Noi vogliamo entrarci da clandestini, emigrati dall'Italia, in cerca di soldoni.

È sicuro che noi italiani non vediamo l'ora di andare in Cirenaica, però mica da turisti. Noi vogliamo entrarci da clandestini, emigrati dall'Italia, in cerca di soldoni.

Altro che Canada, Usa, Nord Europa! Noi è proprio la Cirenaica del generale Khalifa Haftar che sognamo ogni notte!
E perché mai? Perché vogliamo inserirci da clandestini tra le reti di trafficanti che fanno soldoni in un regime di sostanziale impunità. Arricchirci e poi tornare in Italia col conto corrente ad Aruba gonfio come un otre. E pavoneggiarci in stivaloni da nazista, papillon da mafioso, mantella da Vampiro.

Dai non negate di averci pensato almeno una volta 😂

DINA E NICO FUORI DALLE PRIGIONI DI BENGASI!

http://www.rainews.it/amp/tgr/piemonte/articoli/2026/06/ancora-nessuna-liberazione-per-dina-alberizia-detenuta-a-bengasi-assieme-a-domenico-centrone-83551eb3-2991-43cf-9ade-1c61e8e1432e.html

#dinaalberizia
#nicocentrone
#Bengasi

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Lorenzo Tosa

Lorenzo Tosa

Con un atto di grande coerenza ed enorme dignità, Tomaso Montanari si è dimesso dal comitato scientifico degli Uffizi.

E lo ha fatto come forma estrema di protesta nei confronti del ministro della Cultura Alessandro Giuli, che ha piazzato una serie di nomi vicinissimi alla destra nel Cda della Galleria.

Durissima e circostanziata l’accusa di Montanari, pronunciata direttamente a “Otto e mezzo”:

"Ho appreso dalla stampa il decreto di nomina del nuovo Cda degli Uffizi in cui si nominano il segretario alla presidenza del Consiglio già braccio destro di Brunetta, un professore universitario già direttore della fondazione Farefuturo di Fini, un ex candidato di Fi alla regione Toscana trombato. Si riempiono la bocca con 'nazione', ma qui c'è un cambio di consonante: 'fazione'. Si stanno prendendo tutto. Non si tratta di egemonia culturale, ma lottizzazione del patrimonio culturale".

Non solo:

“Come ciliegina e foglia di fico, siccome erano tutti maschi e nessuno sapeva niente di storia dell'arte, hanno nominato anche una storica dell'arte importante, che però è la curatrice di un dipartimento del Metropolitan museum di New York, che chiede un sacco di opere in prestito agli Uffizi e crea quindi un conflitto d'interesse. Non si può governare così il patrimonio del Paese. È uno scandalo e io non posso far altro che dire ‘Non in mio nome’, dimettermi e denunciare pubblicamente quello che stanno facendo al patrimonio culturale della patria, distrutto dai patrioti".

E di questo credo che tutti dovremmo ringraziarlo, non solo a sinistra, ma chiunque abbia ancora a cuore il patrimonio culturale e intellettuale di questo Paese.

Montanari ha fatto quello che nessuno in Italia fa mai (e la destra ancora meno):

DIMETTERSI. Per sostenere un principio e un’idea.

Ci vuole coraggio e coerenza per farlo, e Montanari ne ha da vendere entrambe.

In un Paese appena appena decente sarebbe lui il ministro della Cultura, quello a sinistra. E invece…

#Tomasomontanari #giuli #cdaUffizi #uffizigallery #lottizzazione
#lorenzotosa

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UNA GRAVE INTIMIDAZIONE DI STAMPO MAFIOSO

UNA GRAVE INTIMIDAZIONE DI STAMPO MAFIOSO
Oggi, domenica 7 giugno, dal rifugio Donegani fino ad Orto di Donna si è tenuta una bellissima e partecipata manifestazione in difesa delle Alpi Apuane dalla furia distruttrice di un modello estrattivo che sta polverizzando le nostre montagne per ricavarne del carbonato di calcio per i profitti stratosferici di alcune grandi aziende nazionali e multinazionali. Una escursione lungo la via delle cave per prendere visione e coscienza dello scempio ambientale, alla presenza dei tre consiglieri regionali del gruppo AVS i(Alleanza Verdi Sinistra): il capogruppo Lorenzo Falchi, il Consigliere Massimiliano Ghimenti e la consigliera Diletta Fallani. Io ero presente in qualità di responsabile regionale del Dipartimento Ambiente di Sinistra Italiana. Un percorso lungo il calvario della devastazione ambientale, che ti spezza il cuore e ti riempie di indignazione e di rabbia nel vedere una devastazione indescrivibile a parole, per questo è stata organizzata l’escursione per vedere con i propri occhi la distruzione del paesaggio montano, i cumuli giganteschi di detriti, strati di polvere di marmo di decine di centimetri, boschi sventrati da strade per mezzi pesanti, e l’acqua, di cui le apuane sono ricche, costretta a scorrere avvelenate nelle rete carsica che alimenta ruscelli e fiumi sui due versanti. Corsi e cunicoli cementificati, bloccati, deviati e soprattutto inquinati dalla marmettola, che ad ogni pioggia intensa penetra nella rete carsica inquinando sorgenti, portando a valle il suo carico di veleni. Veramente una bella manifestazione di lotta e di consapevolezza, di amore per un bene comune dal valore inestimabile, da difendere e conservare per le future generazioni. Oltre 300 persone con una presenza forte di giovani e giovanissimi, ma al ritorno in diversi hanno trovato una brutta sorpresa, molte auto parcheggiate danneggiate con sfregi sulla carrozzeria ad opera di personaggi istigati e forse anche pagati per questa loro vigliacca bravata, dalle aziende titolari delle diverse cave. Un tentativo di intimidazione di stampo mafioso che sicuramente avrà come effetto, non quello desiderato di intimidire e demotivare, ma quello di alimentare ancora di più la lotta in difesa del bene comune delle Alpi Apuane. Una brutta pagina figlia di questi nostri tempi in cui impera la legge del più forte, dell’arroganza e della prepotenza di chi ha soldi e potere. Di sicuro non ci fermeranno la lotta continua e sarà ancora più forte e più determinata di prima.

Eugenio Baronti
Responsabile regionale Dipartimento Ambiente di Sinistra Italiana Toscana
07/06/2026

#alpiapuane #avs #eugeniobaronti
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Da Ilaria Cucchi

Da Ilaria Cucchi

Violenza sessuale, commessa negli uffici del Senato della Repubblica.

Siamo tutti uguali di fronte alla Legge.
Ci deve pensare la Magistratura ma sono sicura che il Presidente del Senato, Ignazio La Russa, non riuscirà ad astenersi dall’intervenire personalmente a difesa del Senatore come è suo costume fare. È già successo e succederà ancora.
Leggo che a sua discolpa il Senatore Francesco Silvestro (FI), nel negare le accuse mosse dalla donna che ha denunciato la violenza subita, avrebbe detto questo: “Io un bel ragazzo, lei normale”.
Posso dire che provo solo profondo disgusto fino alla nausea per queste affermazioni.

La vicenda deve essere chiarita nelle sedi opportune senza che nessuno osi sottoporla alla giunta per le autorizzazioni a procedere. Vera o falsa, non rientra certo nell’ambito delle prerogative parlamentari.

È ora che noi donne reagiamo alla sub cultura che quel solo concetto esprime. “Io un bel ragazzo, lei normale”.

@attualita

#ilariacucchi #francescosilvestro #violenzasessuale #senatoreFI

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Spose bambine, o quasi, a Gaza.

Spose bambine, o quasi, a Gaza.

La demografia non perdona.
In nessuna direzione.

Da Haaretz in ebraico

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Tasso di matrimoni precoci a Gaza in aumento a causa della crisi economica provocata dalla guerra

Secondo dati ufficiali di Gaza, un quinto delle donne sposate nel 2024 e nel 2025 aveva meno di 18 anni. Molte ragazze si sposano anche per ragioni legate agli aiuti umanitari, poiché dopo il matrimonio non fanno più parte del nucleo familiare dei genitori. "Non riuscivo a perdonarmi per il fatto di mangiare il poco cibo che era rimasto alla mia famiglia", ha raccontato una ragazza che si è sposata a 16 anni.

AP 1 giugno 2026

Il figlio e il marito di Majda, residente a Gaza City, sono stati uccisi dagli attacchi dell'esercito israeliano circa due anni fa, durante la guerra. Come molti palestinesi, ha perso anche una delle figlie ed è stata costretta ad abbandonare la propria casa per vivere in una tenda fatiscente.

La sua situazione economica è peggiorata rapidamente e la sua capacità di mantenere i figli si è progressivamente ridotta. Anche il suo stato psicologico è precipitato e Majda è caduta in depressione. A causa delle gravi difficoltà, ha preso una decisione di cui oggi si pente profondamente: far sposare due delle sue figlie, di 13 e 14 anni.

"Pensavo di proteggerle", ha raccontato. "La paura aveva preso il sopravvento."

Le due ragazze hanno sposato due fratelli poco più che ventenni che prima della guerra erano loro vicini di casa. Majda, che a sua volta si era sposata a 14 anni, non voleva che le figlie avessero il suo stesso destino. Tuttavia suo padre sostenne il matrimonio e insistette sul fatto che, nelle loro condizioni di vita, fosse l'unica soluzione possibile.

Secondo Majda, la famiglia degli sposi promise che il matrimonio sarebbe stato regolarizzato ufficialmente e che le ragazze non sarebbero andate a vivere con i mariti fino alla fine della guerra.

"Non ero in uno stato mentale lucido, e nemmeno oggi lo sono", ha ammesso. "Non so come abbia potuto accettare."

La figlia maggiore, però, non voleva sposarsi.

"Mi sentivo persa", ha raccontato. "Capivo che, se mi fossi sposata, qualcuno si sarebbe preso cura di me economicamente. Ma non era quello che volevo."

Un fenomeno sempre più diffuso

La storia di Majda e delle sue figlie non è un caso isolato nella Striscia.

Secondo esperti e dati ufficiali, la devastazione provocata dalla guerra ha causato un aumento dei matrimoni precoci. Alla base della scelta vi sono spesso considerazioni economiche e l'accesso agli aiuti umanitari. Dopo il matrimonio, infatti, una ragazza non viene più conteggiata nel nucleo familiare dei genitori, ma viene considerata parte di una nuova famiglia insieme al marito.

Prima della guerra il fenomeno era in graduale diminuzione. Secondo l'Ufficio Centrale Palestinese di Statistica, nel 2022, ultimo anno per il quale sono disponibili dati completi, il 17,8% dei matrimoni riguardava ragazze sotto i 18 anni, contro oltre il 22% nel 2015.

I dati raccolti dalla Corte Suprema della Sharia di Gaza mostrano però un'inversione di tendenza: il 20,6% dei 35.474 matrimoni registrati nel 2024-2025 ha coinvolto ragazze con meno di 18 anni. Tra questi vi sono stati 627 casi di ragazze con meno di 15 anni.

Percentuale di ragazze sotto i 18 anni sul totale delle donne sposate a Gaza:

2022: 17,8%

2024-2025: 20,6%

Secondo i dati della Corte della Sharia di Gaza.

"Non volevo essere un peso"

Una ragazza di Gaza ha raccontato che lei, i suoi genitori e i suoi sette fratelli e sorelle sono stati sfollati più di 25 volte durante la guerra.

Suo padre era fortemente contrario ai matrimoni precoci e sperava che lei potesse proseguire gli studi universitari. Tuttavia, a causa delle difficoltà economiche della famiglia, alla fine ha accettato il matrimonio.

Lei aveva 16 anni e non si oppose.

"Non riuscivo a perdonarmi per il fatto di mangiare il poco cibo che era rimasto alla mia famiglia", ha raccontato.

Temeva inoltre che, se i suoi genitori fossero morti in un bombardamento, lei e i suoi fratelli sarebbero rimasti senza alcun sostegno.

Oggi ha 17 anni ed è al quinto mese di gravidanza.

Un'altra ragazza ha raccontato che i continui spostamenti avevano prosciugato i pochi risparmi della famiglia. Mentre si trovava con i parenti in un ospedale di Khan Yunis, un uomo di 25 anni le ha chiesto di sposarlo.

Aveva 17 anni e accettò.

"Il matrimonio sembrava l'unica cosa capace di riportare un po' di normalità nella mia vita."

La normativa

Le Nazioni Unite e la maggior parte delle organizzazioni umanitarie definiscono "matrimonio precoce" qualsiasi matrimonio celebrato prima dei 18 anni.

A Gaza l'età minima legale per sposarsi è 17 anni, previa autorizzazione dei genitori e di un giudice. Tuttavia la Corte Suprema della Sharia può autorizzare eccezioni a partire da 14 anni e sette mesi.

In alcuni casi le famiglie ricorrono ad accordi informali che non vengono registrati ufficialmente.

Una madre ha raccontato di aver scelto questa strada dopo che la sua richiesta di far sposare la figlia quattordicenne era stata respinta dal tribunale.

In Cisgiordania, invece, l'Autorità Palestinese ha fissato nel 2019 l'età minima per il matrimonio a 18 anni. Da allora il tasso di matrimoni precoci è sceso a circa il 5%, secondo dati ufficiali.

Violenza e abusi

Secondo Siam, direttrice del Centro per gli Affari delle Donne di Gaza, le ragazze che si sposano in giovane età sono più vulnerabili alla violenza sessuale e fisica, compresi gli abusi da parte della famiglia del marito.

Inoltre il tasso di divorzi è più elevato nei matrimoni precoci e spesso "la ragazza torna a casa dei genitori con uno o due figli".

Majda racconta che la famiglia del marito della figlia maggiore non mantenne la promessa fatta e pretese ben presto che la ragazza andasse a vivere con il marito, un ventitreenne che viveva con la propria famiglia in tende a Deir al-Balah.

Secondo il racconto della giovane, nei primi dieci giorni urlava ogni volta che il marito si avvicinava.

"Continuavo a urlare e lui mi picchiava", ha raccontato. "Sua madre mi legava le mani sopra la testa."

Successivamente, ha dichiarato, il marito la violentò.

Secondo la sua testimonianza, le minacce e gli stupri si ripeterono più volte. In un'occasione fu perfino ricoverata in ospedale per un'emorragia.

Qualche mese dopo la famiglia del marito andò a prendere anche la sorella tredicenne per farla sposare a un giovane di 21 anni.

"Gridava che non voleva sposarsi", ha raccontato Majda.

Anche la sorella minore ha riferito di essere stata legata dalla suocera e violentata dal marito.

Ha raccontato inoltre di aver subito due aborti spontanei, entrambi dopo essere stata colpita con calci dal marito.

La figlia maggiore di Majda diede alla luce un bambino e, alcuni mesi dopo, nel novembre successivo, fuggì percorrendo a piedi 15 chilometri con il neonato in braccio fino alla tenda della madre.

Poco dopo anche la sorella minore riuscì a fuggire e a tornare dalla madre. In seguito si scoprì che aveva una gravidanza classificata ad alto rischio.

Gravidanze ad alto rischio

Secondo Yasser Shaaban, direttore del reparto maternità dell'ospedale Al-Awda nel centro della Striscia, durante la guerra è aumentato il numero di gravidanze tra adolescenti.

La maggior parte delle giovani pazienti soffriva di malnutrizione a causa della carenza di cibo.

Delle sei ragazze intervistate dall'Associated Press:

quattro hanno già partorito;

tutte hanno riferito gravidanze o parti ad alto rischio;

tre hanno subito almeno un aborto spontaneo.

"Sono una ragazza-bambina che cresce un bambino"

Le figlie di Majda erano terrorizzate dall'idea di tornare nelle case dei mariti.

Secondo la madre, la figlia più giovane era una bambina vivace e chiacchierona. Dopo il matrimonio, però, "non parla più con nessuno".

Le due ragazze hanno ripreso gli studi, ma la maggiore racconta di sentirsi emarginata: era l'unica studentessa sposata della classe e l'unica ad avere un figlio.

"Sono una ragazza-bambina che cresce un bambino", ha detto.

"Sono stanca. Voglio morire."

Le donne di Gaza possono chiedere il divorzio, ma la procedura è costosa e complessa. Inoltre il divorzio porta con sé uno stigma sociale e può compromettere le possibilità di un nuovo matrimonio in futuro.

Le famiglie dei mariti promisero a Majda che le figlie sarebbero state trattate bene se fossero tornate a vivere con loro. Alla fine, sentendosi senza alternative, la donna cedette alle pressioni.

"Non volevano tornare", ha raccontato. "Piangevano."

All'inizio del mese le due ragazze sono tornate dai mariti.

Da allora Majda non è più riuscita a contattarle.

#gazagenocide #sposebambine

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Da Claudileia Lemes Dias

Da Claudileia Lemes Dias

European Press Prize 2026: trionfa il giornalismo che dimostra l'uccisione a sangue freddo dei bambini palestinesi perpetrato dall'IDF

Alla Fondazione Calouste Gulbenkian di Lisbona, si è consumato un rito che va ben oltre la semplice consegna di un trofeo: la premiazione dell’European Press Prize, spesso definito il "Premio Pulitzer europeo", che ha offerto una fotografia dolorosa del ruolo che il giornalismo indipendente riveste oggi nel nostro continente.
In un'epoca di polarizzazione e censura strisciante, questo premio non celebra il giornalismo che "intrattiene", ma quello che documenta ciò che le istituzioni preferirebbero lasciare nell'ombra.

​Raccontare l'inaccessibile: il genocidio dei palestinesi tramite le lastre

​Il premio principale per il giornalismo investigativo (Distinguished Reporting) è andato a un’inchiesta del quotidiano olandese de Volkskrant, firmata da Maud Effting e Willem Feenstra. Il titolo è: What the Wounds Are Telling Us ("Quello che ci dicono le ferite").
​La straordinarietà, e l’intrinseca tragicità, di questo premio risiede in un dettaglio: i due reporter non hanno mai messo piede a Gaza.
Ecco ​il paradosso del giornalismo moderno: l'assegnazione di un premio per il miglior reportage da un territorio in cui l'accesso ai giornalisti indipendenti è precluso da Israele, firmato da reporter che hanno dovuto ricostruire i fatti a distanza perché, come ampiamente documentato, l'IDF uccide i testimoni del genocidio che sta perpetrando.
​L'inchiesta si basa sui reperti e cartelle cliniche portati fuori dalla striscia nei telefoni e nei bagagli di diciassette medici e infermieri internazionali: con tanto di lastre, radiografie, diari. Dati crudi che l'ex comandante dell'esercito olandese, il generale Mart de Kruif, ha esaminato per il giornale, confermando una realtà sistematica: la presenza di oltre cento bambini colpiti da un singolo proiettile alla testa o al cuore. Prove scientifiche, difficili da contestare, nate dalla volontà di medici che hanno iniziato a documentare quando hanno capito il pattern di quelle ferite.
Ecco perché Israele uccide il personale medico a Gaza, in Libano o in Siria: perché stanno testimoniando e portando alla nostra conoscenza le radiografie del genocidio, come quelle presentate dal reportage di Maud Effting e Willem Feenstra.

​Abusi e migrazioni: quando l'Europa si guarda allo specchio

​Il palmarès di questa edizione dimostra che il giornalismo d'inchiesta europeo non ha paura di guardare dentro i propri confini, scoperchiando le contraddizioni delle democrazie occidentali.
​Il premio per il giornalismo sulle migrazioni (The Migration Journalism Award) ha visto il trionfo di una cordata transnazionale guidata dalla rivista online svizzera Republik, dal collettivo WAV di Zurigo e dal media greco Solomon. Titolo del​l'inchiesta: "Unaccompanied children sleep on the floor in shifts in 'Greece's Model Camps'".
​Attraverso documenti interni, i giornalisti hanno dimostrato che nei campi profughi finanziati dall'UE sulle isole greche, i minori non accompagnati sono costretti a dormire sul pavimento a turni a causa del sovraffollamento, oltre a subire sistematicamente violazioni dei loro diritti.
La giuria ha definito il lavoro una "prova sconvolgente", dimostrando che le autorità (incluse quelle svizzere) erano perfettamente a conoscenza del fatto.
Tutte le categorie premiate quest'anno condividono lo stesso filone: dare voce a chi è vulnerabile o dimenticato.
Altri vincitori che vorrei sottolineare sono stati "The Irish Mail on Sunday", con un'inchiesta sull'insabbiamento da parte di un ordine cattolico degli abusi sui minori perpetrati da un ecclesiastico in Malawi per decenni, e "Die Zeit", che ha tracciato un parallelo politico tra l'ascesa di Donald Trump e quella dell'AfD (Alternative für Deutschland) in Germania.
​Con oltre 800 candidature provenienti da 44 Paesi, l'European Press Prize offre un premio in denaro (10.000 euro per categoria) destinato interamente a finanziare nuovi progetti, garantendo la sopravvivenza di un ecosistema informativo che oggi si trova sotto attacco su più fronti: economico, politico e tecnologico.
​Le parole d'ordine che emergono da Lisbona sono indipendenza e collaborazione transnazionale.
Como dimostrano i casi dei medici a Gaza o dei campi in Grecia, la verità oggi non si trova più necessariamente dietro un pass stampa ufficiale, ma nella capacità di unire i puntini, proteggere le fonti e collaborare tra testate di Paesi diversi.
​L'European Press Prize ci ricorda che il giornalismo di qualità non serve a confermare le nostre certezze, ma a registrare la storia contro il tentativo (sempre più diffuso) di far finta che le cose non siano mai accadute.
Le radiografie dei bambini di Gaza e i documenti dei campi greci sopravviveranno agli applausi di Lisbona: rimarranno lì, come archivi della memoria, affinché nessuno, in futuro, possa dire "io non sapevo".

C.L.Dias

Fonti

  1. The Guardian: "Orbán’s media slop spread poison beyond Hungary. Luckily, fearless, fact-based reporting endures" (05/06/2026)
  2. Pagina ufficiale dell'European Press Prize. Reportage "What the wounds are telling us"
  3. SWI: "Giornalisti svizzeri vincono il prestigioso European Press Prize" (04/06/2026)
  4. Journalismfund Europe: "JF-supported investigation wins Special Award at European Press Prize 2026" (04/06/2026)
  5. iMEdD Content: "European Press Prize 2026 honours journalism that refused to look away" (04/06/2026)

#EuropeanPressPrize2026 #palestinagenocidio #idfterrorists #israeleterrorista

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E noi i comuni mortali? In Italia stiamo a guardare l'ennesima bufala e lo svuotamento di ogni nostra volontà: due referendum in Italia hanno bandito il nucleare con una maggioranza bulgara (2011 il

E noi i comuni mortali? In Italia stiamo a guardare l'ennesima bufala e lo svuotamento di ogni nostra volontà: due referendum in Italia hanno bandito il nucleare con una maggioranza bulgara (2011 il 94,05% dei votanti, 1987 percentuali intorno all'80% dei votanti).
Eppure ci riprovano.v

Il nucleare diventa il terminale di destinazione del risparmio globale. Per far reggere la bolla https://altreconomia.it/il-nucleare-diventa-il-terminale-di-destinazione-del-risparmio-globale-per-far-reggere-la-bolla/?utm%5C_source=newsletter&utm%5C_medium=email&utm%5C_campaign=NL6626NANS

#nuclearefagola #nucleareitalia #nuclearenograzie

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Tutto senza chiedere consensi ai genitori. Solo così il Paese cresce anche se più lentamente di quanto sarebbe auspicabile e non sempre bene.

Tutto senza chiedere consensi ai genitori. Solo così il Paese cresce anche se più lentamente di quanto sarebbe auspicabile e non sempre bene.
Riforme spesso niente di più che "pisciatine" di Ministri che ambiscono lasciare il segno sull'"albero" Ministeriale. Ma quando loro passano resta la puzza.

Alcune riforme sono state anche molto combattute da noi docenti, vedi la Riforma Gelmini e la cosiddetta Buona Scuola di Renzi.
Anche per l'introduzione dell'Educazione Civica, spalmata tra le varie discipline e con titolarità di insegnamento, o l'introduzione dell'ora di Approfondimento per recuperare i tagli di Gelmini su Italiano alle Medie, non è stato richiesto nessun consenso informato. L'attivazione dell'ora alternativa all'IRC (Insegnamento della Religione Cattolica), obbligo per le istituzioni scolastiche (Legge 121/1985) non ha richiesto nessun consenso informato, ma imponendo nello stesso tempo la dichiarazione del genitore all'atto dell'iscrizione del "non si avvale", ovvero non frequenta le ore di Religione cattolica e la scelta eventuale, non obbligatoria, di frequentare Alternativa.

Pensate se avessero chiesto il consenso ai genitori contadini quando è diventato legge l'obbligo scolastico! Moltissimi avrebbero tenuto i figlioli a lavorare nei campi, avevano bisogno anche delle loro piccole braccia per i lavori nei campi.
Insomma il consenso informato avrebbe frenato irrimediabilmente la trasformazione della scuola e con essa del Paese. Così come lo fanno le molte leggi sbagliate, spesso niente di più che "pisciatine" di Ministri che ambiscono lasciare il segno sull'"albero" Ministeriale. Ma quando loro passano resta la puzza.

La storia della scuola italiana tra riforme più o meno utili a centralizzare, democratizzare e infine modernizzare il sistema.

Dal 1859 al 2024, abbiamo assistito al passaggio da un sistema elitario ad un modello di autonomia e digitalizzazione, fino al recente modello di filiera tecnologico-professionale.

Le Tappe Fondamentali (1859 - 2000)
Legge Casati (1859): Considerata l'architrave del sistema scolastico italiano, istituita nel Regno di Sardegna ed estesa all'Italia unita. Diede il via all'istruzione elementare gratuita, biennale e gestita dai comuni, sebbene il sistema fosse rigidamente diviso tra percorso classico (per la classe dirigente) e professionale.
Legge Coppino (1877): Portò l'obbligo scolastico a 5 anni (dai 6 agli 9 anni di età) e introdusse sanzioni per l'evasione scolastica, nel tentativo di arginare l'analfabetismo.
Riforma Gentile (1923): Ideata dall'omonimo filosofo durante il fascismo, istituì il valore legale dei titoli di studio, un rigido sistema di esami di Stato e conferì grande prestigio ai Licei, separandoli nettamente dagli istituti tecnici. L'obbligo fu innalzato a 14 anni.
Scuola Media Unica (1962): Una conquista sociale fondamentale: abolì le scuole di avviamento professionale, creando una scuola media inferiore, unica, triennale e uguale per tutti, estendendo l'obbligo fino a 14 anni.
Istituzione del Tempo Pieno (1971): Introdotto dalla Legge 820/1971, ha trasformato la scuola elementare, ampliando l'offerta formativa e introducendo il modello a compresenza di docenti.
Autonomia Scolastica (1997 - 1999): Con la Legge Bassanini e il successivo DPR 275/1999, le scuole sono diventate enti dotati di personalità giuridica, autonomia organizzativa, didattica e di ricerca.
Le Riforme Contemporanee (2000 - 2024)
Riforma Moratti (2003): Sostituì il ciclo elementare e medio con un unico primo ciclo di 8 anni e un secondo ciclo articolato in licei e istruzione/formazione professionale.
Riforma Gelmini (2008 - 2009): Ha riorganizzato la scuola secondaria superiore (ridefinendo gli indirizzi di licei, istituti tecnici e professionali) e ha reintrodotto il voto in condotta e la valutazione decimale.
La Buona Scuola (Legge 107/2015): Ha introdotto l'organico di potenziamento, il bonus premiale per i docenti, l'alternanza scuola-lavoro obbligatoria e il Piano Nazionale Scuola Digitale (PNSD).
Riforme 2023 - 2024 (PNRR): Hanno introdotto nuove figure come il docente tutor e le ore dedicate all'orientamento. È stato inoltre varato il nuovo modello della filiera formativa tecnologico-professionale (con il percorso 4+2) e sono state riviste le regole sulla valutazione del comportamento (voto in condotta).

https://www.avvenire.it/attualita/educazione-sessuale-e-affettiva-il-consenso-informato-e-legge/_109313

#scuola #educazioneaffettiva #consensoinformato #valditara
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Alfredo Facchini

Alfredo Facchini

L’MSI NON HA MAI FATTO COSE BUONE

Quella sera a Sezze Romano. Quella sera del 28 maggio 1976. Un venerdì nero. Sezze è un piccolo centro di provincia, arroccato sui monti attorno a Latina. Ventimila anime. Una lunga tradizione antifascista: la “Stalingrado dei Lepini”.

Siamo in piena campagna elettorale per le politiche del 21 giugno. Piazza IV Novembre. Sono passate da poco le 20. Il comizio del deputato del MSI, Sandro Saccucci, è appena cominciato. La piazza rumoreggia. Ribolle. Bordate di fischi.

Saccucci urla: «Se non mi volete ascoltare con le buone, mi ascolterete con questa!», e brandisce una pistola. Pochi istanti dopo, il camerata Saccucci spara in aria. Non era mai accaduto nella storia dell’Italia repubblicana che un parlamentare sparasse durante un comizio elettorale. Ma Saccucci si sente coperto dall’immunità parlamentare.

Parte una sassaiola. Saccucci ordina la ritirata. Ma non è una fuga: è un raid.
Il corteo di uomini e auto è guidato dal maresciallo dei carabinieri e agente del SID, Francesco Troccia, originario di Sezze. Da una decina di auto cariche di camerati partono spari all’impazzata. Colpi anche contro l’abitazione del sindaco. Da una Simca Mille verde esplodono colpi di pistola ad altezza d’uomo.

Sul selciato resta ucciso Luigi Di Rosa, un giovane iscritto al Partito Comunista. Antonio Spirito, militante di Lotta Continua, è ferito a un polpaccio.

Luigi Di Rosa ha 21 anni. Secondogenito di un muratore, è iscritto alla FGCI. Quel giorno ha lavorato con il padre per finire una scala alla periferia del paese.
Stava tornando a casa, una modesta abitazione in via Roma, quando si è trovato nel mezzo della spedizione punitiva dei gorilla di Saccucci.

A sparargli è stato Pietro Allatta, 44 anni, fanatico nazifascista. Ad Aprilia, dove vive, lo conoscono tutti: rissoso, violento. Ha chiamato il figlio Benito. Allatta gira in camicia nera, sempre armato, accompagnato da due dobermann. Nella sua abitazione i carabinieri trovano un arsenale. Sulle pareti, ritratti di Mussolini e Hitler. Ha fondato un gruppuscolo chiamato “Aquila Romana”.

È lui l’assassino. È lui uno degli sgherri di Saccucci. Il deputato missino, ex maggiore dei parà, era già finito sotto inchiesta ai tempi del tentato golpe Borghese nel 1970. Il principe Junio Valerio Borghese lo considerava il suo “delfino”. Ma tutto finì in un nulla di fatto: la Camera negò l’autorizzazione a procedere.

Eppure Saccucci viene rieletto alle elezioni del 1976. Il 27 luglio la Camera autorizza il suo arresto per l’omicidio di Luigi Di Rosa, cospirazione politica e istigazione all’insurrezione armata (per il golpe Borghese). Saccucci fugge all’estero: prima nel Regno Unito, poi in Francia, Spagna e infine in Argentina. Pietro Allatta, riconosciuto colpevole, viene condannato a 13 anni. Ne sconta solo 8.

Saccucci, condannato in primo e secondo grado per concorso morale nell’omicidio, è assolto in Cassazione. Colpevole solo di reati minori, ormai prescritti.

Mariella, sorella di Luigi, dice:
«La cosa che mi lascia più sgomenta e mi addolora è la certezza che mio fratello non ha avuto giustizia fino in fondo. Responsabilità e complicità non sono state acclarate completamente. I responsabili della sua morte sono stati processati, ma alla fine tutto si è risolto con pene lievi, assurdamente sproporzionate alla gravità del gesto compiuto.»

Questo era, negli anni ’70, il partito di La Russa, Meloni, Rampelli e compagnia cantante. Oggi la Meloni fa la smemorata, quando urbi et orbi dichiara: «Il MSI ha combattuto la violenza politica.» Dirà che all’epoca non era ancora nata. Ma tanto nessuno glielo ricorderà. Anzi, le è consentito fare l’apologia di un partito nato dai reduci collaborazionisti di Salò.

Un partito che accolse con entusiasmo, come titolò Il Secolo d’Italia nel novembre 1969, il rientro di Ordine Nuovo fondato da Pino Rauti.
Un partito che ospitò Carlo Maria Maggi (condannato per la strage di Piazza della Loggia), Paolo Signorelli (del comitato centrale MSI, condannato per banda armata), Stefano Delle Chiaie, Franco Freda (Strage di piazza Fontana)

Come dimenticare quella Tribuna Politica del 1970, quando Giorgio Almirante auspicò un colpo di Stato all’ellenica, come quello dei colonnelli greci, per “salvare l’Italia dal comunismo”?

Anni in cui, nel novembre 1971, il procuratore generale di Milano Luigi Bianchi D’Espinosa aprì un’inchiesta contro Almirante e l’MSI per ricostituzione del partito fascista, a causa delle continue violenze squadriste e degli attentati firmati da militanti missini.

Il 24 maggio 1973 la Camera concesse l’autorizzazione a procedere contro Almirante. Il 6 giugno 1973 partì il processo contro Ordine Nuovo, che ne determinò infine lo scioglimento.

Un partito che chi usa il galateo istituzionale definirebbe “impresentabile”. Chi scrive, che è più terra terra, lo definisce per quello che è stato: un partito fascista e fuorilegge, che ha fatto dello squadrismo la sua ragione sociale.

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